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Ancora un anno di tempo

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Quando Gesù insegnava collegava sempre i moniti sul giudizio ai richiami della misericordia divina: «Poiché il Figlio dell’uomo è venuto, non per perdere le anime degli uomini, ma per salvarle’. E se ne andarono in un altro villaggio» (Lu.9:56). «Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Giov.3:17). Il divino Maestro illustra la funzione della sua preziosissima grazia in rapporto alla giustizia ed al giudizio di Dio con la parabola del fico sterile, Egli non si risparmia di denunciare severamente l’uignoranza e l’uindifferenza del popolo mentre annunciava l’uimminenza del regno di Dio. Per quando la gente sapeva interpre­tare senza difficoltà i segnali meteorologici del cielo, non sapeva però intendere i chiari segni dei tempi che preannunciavano la sua mis­sione. Gli uomini allora come oggi si ritenevano i beniamini del cielo e davano per scontato che gli insegnamenti di Cristo non riguardavano loro ma gli altri! Qualcuno in questa occasione ricorda a Gesù una vicenda che proprio in quei giorni aveva suscitato grande scalpore: alcune misure restrittive adottate da Ponzio Pilato, governatore della Giudea, avevano esasperato la popo­lazione. A Gerusalemme si era scatenata una sommossa popolare e Pilato aveva tentato di reprimerla con la violenza. In una certa occasione i suoi soldati avevano fatto irruzione nel cortile del tempio trucidando alcuni pellegrini galilei intenti ad offrire i loro sacrifici. Ogni sciagura per i Giudei era consi­derata una punizione divina per i peccati commessi, e quanto riferivano questo atto di violenza lo facevano con una segreta azione in quanto l’essere scampati dimostrava che erano migliore quindi più favoriti da Dio di quei galilei. Sicuri che Gesù confermasse la particolare malvagità e colpevolezza di quei sventurati, condannasse quei pellegrini uccisi che, secondo loro, avevano ampiamente meritato la loro triste sorte, ma la sua risposta lଠsorprese non poco.Rivolgendosi alla folla il Salvatore chiese: «Pensate voi che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei perché hanno sofferto tali cose? No, vi dico. ma se non vi ravvedete, tutti similmente perirete» (Lu.13:2,3). Questo avvenimento doveva spingerli ad umiliarsi e a pentirsi dei propri peccati, perché già si stava addensando il turbine della vendetta che doveva abbattersi su tutti coloro che non avrebbero cercato rifugio in Cristo. Nel corso del suo dialogo, Gesù profeticamente scorgeva Gerusalemme assediata dagli eserciti nemici, vedeva le centinaia e mi­gliaia di esseri umani che sarebbero periti durante l’assedio. Come que­sti galilei, molti giudei sarebbero stati abbattuti nei cortili del tempio proprio nell’atto di offrire i sacrifici. Con la morte di questi Galilei, il Signore della Misericordia avvertiva tutto il popolo, ugualmente colpevole, Gesù disse: «Se non vi ravvedete, tutti similmente perirete». C’era ancora un po’ di tempo di grazia per loro, un po’ di respiro per riconoscere che cosa avrebbe dato loro pace.Continuando Egli raccontò questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna. e andò a cercarvi del frutto, e non ne trovò. Disse dunque al vignaiolo: Ecco, sono ormai tre anni che vengo a cercar frutto da questo fico e non ne trovo. taglialo. perché sta li a rendere improduttivo il terreno?» (Lu.13:6,7).Il senso di queste parole era inconfondibile per gli uditori. Davide aveva decantato Israele paragonandolo ad una vite tratta fuori, dall’Egitto e Isaia aveva scritto: «Or la vigna dell’Eterno degli eserciti è la casa d’Israele, e gli uomini di Giuda son la piantagione ch’era la delizia» (Is.5:7). Il fico piantato nella vigna del Signore rappresenta la generazione contemporanea del Salvatore, oggetto delle sue cure e benedizioni particolari. Isaia aveva descritto con queste belle parole il piano che Dio avesse in mente per il suo popolo e le grandiose possibilità che gli si schiudevano: «… saranno chiamati: Querce di giustizia, piante che il Signore ha piantato, per glorificar sè stesso» (Is.61:3) (D). Sul letto di morte, mosso dallo Spirito Santo, Giacobbe aveva detto di Giuseppe: «C’ è un ramo d’albero fruttifero. un ramo d’al­bero fruttifero vicino a una sorgente. i suoi rami si stendono sopra il muro … le sue braccia e le sue mani sono state rinforzate … dall’iddio di tuo padre che t’aiuterà , e dall’Altissimo che ti benedirà con benedizioni del cielo di sopra, con benedizioni dell’abisso che giace di sotto» (Gen.49:22,24,25). CosଠDio aveva piantato Israele come un’ottima vite alla sorgente della vita, aveva collocato la sua vigna «sopra una fertile collina. La dissodò, ne tolse via le pietre, vi piantò delle viti di Alta … Ei s’aspettava ch’essa gli facesse dell’uva, e gli ha fatto invece lambrusche» (Is.5:1,2).

Gli Ebrei vantavano la loro religiosità ai giorni di Cristo maggiormente che in passato pur mancando più che mai della dolce grazia dello Spirito divino. Un tempo in cui nel popolo d’uIsraele i tratti preziosi del carattere che avevano reso bella e fragrante la vita di Giuseppe erano assenti. Dio, nella persona di Gesù, era venuto a cercar il frutto ma non ne aveva trovato. Il terreno veniva ingombrato inutilmente da Israele, perfino la sua esistenza ­stessa si rivelava una maledizione in quanto occupava nella vigna il posto che poteva servire ad un albero fruttifero. Il mondo veniva privato delle benedizioni che Dio voleva elargirgli. Gli Israeliti avevano trasmesso ai pagani una inesatta concezione di Dio. Non solo erano inutili, ma costituivano­ addirittura un ostacolo. La mistificazione per la maggior parte era entrata al posto della loro religione conducendo così alla rovina piuttosto che salvezza.

Il vignaiolo della parabola conoscendo e condividendo l’inte­nde del padrone per quell’albero non contesta la sentenza di abbattere la pianta se rimarrà infruttifera. Il suo maggiore piacere e vedere il fico crescere e fruttificare, perciò propone, nutrendo il medesi­mo sentimento del proprietario: «Signore, lascialo ancora quest’anno, finche io l’abbia scalzato e concimato. e forse darà frutto in avvenire» (Lu.13:8,9).Una pianta cosi poco promettente non rimane priva delle attenzioni del vignaiolo, anzi questi è pronto a curarla più di prima, a creare le condi­zioni più favorevoli perché prosperi, a dedicarle ogni attenzione possibile. Sia il padrone che il vignaiolo hanno interesse che il fico prosperi, così anche il Padre ed il Figlio erano unanimi nell’amare Israele. Cristo voleva far capire agli ascoltatori che avrebbero avuto occa­sioni migliori di portare frutti spirituali. nel suo amore Dio non avrebbe risparmiato mezzi ed energie per fare di loro alberi di giustizia che maturassero dei frutti per il bene del mondo.Questa parabola rimane in sospeso e Cristo conclude senza dirci l’esito del lavoro svolto dal vignaiolo. Il risultato dipendeva dalla generazione che ascoltava le sue parole. Proprio a lei era rivolto l’av­vertimento: «… se no, lo taglierai» (Lu.13:9). Dipendeva da lei se quel­le parole irrevocabili sarebbero state pronunciate o no. l’uavvenimento che Gesù aveva preannunciato si approssimava e tramite le sciagure che aveva già colpi­to Israele il padrone della vigna l’avvertiva, nella sua misericordia, dell’imminente distruzione che minacciava il fico sterile. Quest’avvertimento riecheggia attraverso i secoli per giungere fino a noi. Essere nella vigna del Signore è un grande privilegio, ma in volve pure una onerosa responsabilità . Da quelli che sono stati piantati, come dal fico nella vigna, si aspetta che portino frutto, e Dio viene a cercarne da chiunque godi tali privilegi. Numerose anime sono vittime dell’uindifferenza, causata da un modo di pensare del tutto singolare, credono che solo nel giorno del giudizio Dio richiederà il frutto della loro consacrazione, smentendo cosଠla realtà che il frutto deve essere presentato al Signore della vigna che lo richiede giorno dopo giorno. Davanti a quanto e stato detto è opportuno domandarsi:da quanto tempo si ricevono i suoi doni? Da quanto tem­po Egli attende che si ricambi il suo amore?Piantato nella sua vigna, circondato dalle premure del vignaiolo, si ha coscienza dei privilegi che si è goduti? Quante volte l’affettuoso messaggio evangelico ha fatto palpitare il cuore di felicità ? Ci si dichiara cristiani e formalmente si è iscritti anche in un registro di chiesa, eppure spesso se non sempre si è consapevoli che manca un reale rapporto vivente con la fonte dell’amore, la sua linfa vitale non straripa, nella propria vita man­ca la dolce grazia del suo carattere, mancano i «frutti dello Spirito» (Gal.5:22). Il sole e le cure del giardiniere, non mancano al fico sterile, il ter­reno gli fornisce le sostanze nutritive necessarie ma questi non porta frutto, tuttavia gli inutili rami fanno solo ombra, impedendo cosi di prosperare alle piante fruttifere circostanti. Altrettanto avviene purtroppo dei ricchi doni che Dio largisce: non producano alcun beneficio per coloro che aspettano la salvezza. La sterilità di cui Cristo parla non solo e un danno per se stessi ma priva gli altri dei privilegi che potrebbero sicuramente godere. Anche se vagamente, non ci rende conti di ingombrare inutilmente il ter­reno, sta di fatto che Dio nella sua misericordia non si è ancora stangato di usare misericordia. Egli non guarda con freddezza o indifferenza gli sterili ne li abbandona sem­plicemente alla loro triste sorte. Anzi esclama, come esclamò molti seco­li fa rivolto a Israele: «Come farei a lasciarti, o Efraim? come farei a darti in mano altrui, o Israele? … Io non sfogherò l’ardente mia ira, non distruggerò Efraim di nuovo, perché sono Dio, e non un uomo» (Os.11:8,9). Il Salvatore interviene pietosamente in favore degli isteriliti escla­mando: «Lascialo ancora quest’anno, finch’io l’abbia scalzato e conci­mato». Il popolo d’Israele in quell’ulteriore periodo di grazia fu amata e servito instancabile da Cristo! Fin sulla croce pregò: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lu.23:34). La prima proclamazione dell’uevangelo dopo la sua ascensione, fu fatta a Gerusalemme. Lଠav­venne per la prima volta l’effusione dello Spirito Santo e la chiesa primitiva manifestò la potenza del Salvatore risorto. Stefano sigillò la sua testimonianza con la morte. là , con la «faccia simile alla faccia d’un angelo» (At.6:15 i tesori che il cielo poteva elargire, Israele li aveva ricevuto tutti. Cristo chiede: «Che più si sarebbe potuto fare alla mia vigna di quello che io ho fatto per essa?» (Is.5:4). Si è proprio così, invece di diminuire, le sue cure e preoccu­pazioni per gli isteriliti aumentano, e tutt’oggi Egli dice: «Io, l’Eterno, ne sono il guardiano, io l’adacquo ad ogni istante. la custodisco notte e mo, affinché nessuno la danneggi» (Is.27:3). «… forse darà frutto in avvenire se no, lo taglierai». Che Dio ci aiuti a non dimenticare mai che, il cuore che non si apre agli appelli divini finisce per indurirsi al punto da non reagire più all’influenza dello Spirito Santo, e allora viene pronunciata la terribile sentenza: «Taglialo. perché sta li a rendere improdut­tivo anche il terreno».

Onore e gloria sia resa al grande Signore della misericordia, ancora oggi manifesta il suo amore invitandoci alla fedeltà : «O Israele, torna all’Eterno, al tuo Dio!… Io guarirò la loro infedeltà , io lì amerò di cuore… Io sarò per Israele come la rugiada. egli fiorirà come il giglio, e spanderà le sue ra­dici come il Libano. Quelli che abiteranno alla sua ombra faranno di nuovo crescere il grano, e fioriranno come la vite; da me verrà il tuo frutto» (Os.14:1-8)